Storia - Giraglia

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Perchè...la "storia"?

 
 
 
 

 

Si conferma anche qui che comprendere significa anzitutto comprendersi sulla cosa, e solo in secondo luogo significa capire e distinguere le opinioni altrui in quanto tali. La prima fra tutte le condizioni ermeneutiche rimane dunque la pre - comprensione, che si radica nell'avere da fare con la medesima questione. Su questa base si determina quello che diventa realizzabile come senso unitario, e quindi anche l'applicazione del presupposto della perfezione. Il senso dell'appartenenza, cioè il momento della tradizione, si concreta così, nel rapporto storico-ermeneutico, nella forma del comune possesso di determinati pregiudizi fondamentali e costitutivi. L'ermeneutica deve muovere dal fatto che colui che si pone a interpretare ha un legame con la cosa che è oggetto di trasmissione storica e ha o acquista un rapporto con la tradizione che in tale trasmissione si esprime.

(H. G. Gadamer, Verità e metodo, traduzione e cura di G. Vattimo, Bompiani, Milano, 1989, pp. 344-345)


Qual si sia il contributo che l'orientazione storica possa fornire alla comprensione della crisi attuale, essa non è in grado di rassicurarci intorno al suo sbocco. Da nessun parallelo storico possiamo dedurre la conclusione che tanto oltre non si arriverà. Noi proseguiamo la nostra folle corsa verso l'ignoto.(...) Lo sguardo dell'umanità pensante, che per tanto tempo si era sempre tornato ad affissare nella perfezione antica, ecco che da Bacone a Cartesio in poi si è volto altrove. L'umanità sa che deve cercarsi la sua strada. L'impulso a spingersi più in là mentre si avanza può condurre a un estremo, degenerando in un vano e inquieto brancicare verso tutto ciò che è nuovo, disprezzando tutto ciò che è vecchio. Questo però è modo di comportarsi da spiriti immaturi o superficiali. Un cervello robusto non ha paura del fardello anche greve dei valori culturali del passato, quando si dispone ad avanzare. (...)Noi conosciamo un'irrefragabile verità: se vogliamo conservare la cultura dobbiamo continuare a creare cultura.

(J. Huizinga, La crisi della civiltà. Saggio introduttivo di D. Cantimori. Traduzione di B. Allason, Torino, Einaudi, 1962, pp. 17-19)

 

Fine della storia del mondo è dunque che lo spirito giunga al sapere di ciò che esso è veramente, e oggettivi questo sapere, lo realizzi facendone un mondo esistente, manifesti oggettivamente se stesso. L’essenziale è il fatto che questo fine è un prodotto. Lo spirito non è un essere di natura, come l’animale; il quale è come è, immediatamente. […] In questo processo sono dunque essenzialmente contenuti dei gradi, e la storia del mondo è la rappresentazione del processo divino, del corso graduale in cui lo spirito conosce se stesso e la sua verità e la realizza.

(G. W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, I, a cura di G. Calogero e C. Fatta, vol. I, Firenze, La Nuova Italia, 1981, pp. 8-9, 12-13, 46-49, 52, 61.)

 

Ma che la vita abbia bisogno del servizio della storia, deve essere compreso altrettanto chiaramente quanto la proposizione che sarà più tardi da dimostrare — secondo cui un eccesso di storia danneggia l’essere vivente. In tre riguardi al vivente occorre la storia: essa gli occorre in quanto è attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre specie di storia, in quanto sia permesso distinguere una specie di storia monumentale, una specie antiquaria e una specie critica. [...]La storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può trovarli fra i suoi compagni e nel presente. [...]

(F. Nietzsche, Considerazioni inattuali, trad. it. di S. Giannetta e M. Montinari, Adelphi, Milano 1982 (3a ed.), pp. 91-92, 98, 101-102)