Un primo tentativo di rendere l'isola indipendente dal dominio genovese fu quello di Sinucello della Rocca, noto per la scelta di parteggiare per la Repubblica di Pisa. Dopo la battaglia della Meloria (1284), Sinucello diede l'impressione di reggere il gioco dei Genovesi, ma, in realtà, coltivò meri stratagemmi al fine di guadagnare tempo (da impiegare nell’organizzazione di una forte resistenza).
Egli provò a costituire un governo stabile, che domasse i signorotti più turbolenti, aumentasse le risorse pubbliche attraverso un sistema di tassazione regolare e garantisse una giustizia imparziale. Proprio per quest’ultimo obiettivo, Sinucello si guadagnò l’appellativo di "Giudice della Cinarca". Peraltro, quando i simpatizzanti di Pisa e di Genova vollero ridurre le reciproche conflittualità, posero a base delle intese l’allontanamento di Sinucello, che, imprigionato a Genova, ivi morì all’età di 98 anni..
Le pretese del Regno di Aragona si manifestarono alla fine del XIII secolo. Risulta che, nel 1405, tale Vincentello d’Istria (discendente della famiglia di Sinucello della Rocca), alleato del Re d’Aragona, Alfonso V, partì da Barcellona con quattrocento vascelli per sottrarre la Corsica ai genovesi. Conquistò la città di Calvi a tradimento, attaccò la fortezza di Bonifacio, costruita dai Genovesi ed abitata, quasi interamente, da contadini liguri (resistevano in loco poco più di trenta famiglie corse fedeli ai Genovesi; l’essere "Bonifazincu" era considerato per i Corsi una promozione sociale; le altre famiglie ostili erano state tutte cacciate). Venne nominato viceré di Corsica nel 1420, si trasferì a Biguglia, che divenne la capitale dell’isola.
La resistenza di Bonifacio all’attacco di Alfonso V (dal mare) e di Vincentello d’Istria (da terra) durò oltre 4 mesi. Si narra che, prive di cibo e con l’acqua di un solo pozzo, le puerpere della città donassero il proprio latte per fare il formaggio, che veniva lanciato oltre le mura, a dar prova di abbondanza di cibo, per scoraggiare gli assedianti.
Alla fine, attratto dalla prospettiva della successione del Regno di Napoli, Alfonso V rinunciò alla Corsica, senza aspettare le decisioni dei rappresentanti dell'isola. Calvi si ribellò contro Vincentello, che, in strenuo ossequio alla carica di vicerè, tentò di affidare l'amministrazione a funzionari onesti, di far valere la giustizia e di riformare il clero (con l'aiuto di Papa Martino V). Incontrò però la resistenza di non pochi signorotti e chiese un'altra volta l'aiuto del Re di Aragona. Proprio in quel tempo, infatti, gli affari della pieve e dei villaggi erano tenacemente amministrati dall'assemblea (parlamento o arringo) dei capifamiglia (gentiluomini, caporali, capipopolo e, sotto il dominio pisano, gonfalonieri e podestà).
Nel 1433, negatogli l’aiuto del Re, dovette quindi abbandonare l’isola, rifugiandosi in Sicilia. Fu catturato dai Genovesi e decapitato il 27 aprile 1434. Cosi' finì l'influenza aragonese in Corsica.
La figura di Vincentello si iscrisse comunque, con poche altre (Gian Paolo di Leca e Rinuccio della Rocca), tra quelle dei più fieri resistenti al dominio genovese.
Dopo un secolo e mezzo di relativa tranquillità (funestato, peraltro, dall’epidemia di peste tra il 1526 ed il 1530), sul piano diplomatico europeo la Corsica divenne nuovo oggetto di mire e di discordie per i Francesi e gli Spagnoli, con inevitabili riflessi sulla politica della Repubblica di Genova. Questo periodo é conosciuto come quello della Guerra dei Francesi e di Sampiero Corso.
Nel 1553 il Consiglio di guerra, tenuto a Castiglione dallo Stato Maggiore del Re di Francia, riunì il Generale dell’Esercito toscano Paul de Thermes, l'Ammiraglio Barone Polin de la Garde e Sampiero Corso, Colonnello al servizio dei Francesi. Il Consiglio decise per una spedizione in Corsica, allo scopo di scacciare l’occupazione genovese. La spedizione fu condotta con successo: Bastia e San Fiorenzu furono occupate e Corti, Ajaccio, Bonifacio e Calvi assediate. Qualche settimana dopo, peraltro, i Francesi dovettero registrare la ribellione di Bastia e San Fiorenzu, sì da risolversi alla tregua di Vaucella, firmata il 5 febbraio 1556, tra Carlo V ed Enrico II. Nell’immediatezza si tenne in Corti un’assemblea, cui parteciparono tutti i rappresentanti delle pievi e tutti i notabili, che decise l’invio di due rappresentanti alla corte del Re di Francia, per chiedere l’annessione della Corsica al Regno. Il 17 settembre 1557 la risposta del Re fu affermativa.
In quel tempo, peraltro, la Francia era stremata per via delle sue lotte contro i potentati europei: in più la guerra religiosa batteva alle porte. Così, in virtù del trattato di Chateau-Cambresis del 1558, la Corsica fu riconsegnata nelle mani dei Genovesi.
Sampiero Corso (capitano di ventura sotto i Fiorentini e poi colonello al servizio dei Francesi) rifiutò di accettare questo destino e continuò la sua lotta contro i Genovesi. Si recò presso il Duca di Firenze e Caterina de’ Medici per domandare aiuto. Quest’ultima lo indirizzò alla corte di Navarra, dove Sampiero maturò l’idea di evocare Constantinopoli.
Mentre Sampiero organizzava la resistenza contro i Genovesi, la moglie Vannina, in Corsica, trattava con gli occupanti, sperando di ottenere la grazia per il marito. Scoperte le sue trame, Sampiero fece ritorno sull’isola ed uccise la moglie con le sue proprie mani. La lotta contro i Genovesi era dunque destinata a continuare, ma, tradito da un certo Vittolo (il cui nome diventò sinonimo di tradimento) anche Sampiero venne ucciso.
Sotto il dominio dei Genovesi la Corsica era suddivisa in parrocchie, pievi e province. Ogni pieve aveva il suo procuratore o deputato per i consigli generali, che, a loro volta, erano elettori dei cd. 12 commissari. Questi ultimi indicavano due oratori, che sedevano in Genova, incaricati di rappresentare i loro concittadini presso il governo della Repubblica. Le pievi erano raggruppate in province governate dai luogotenenti o dai commissari. Bastia, invece, era amministrata direttamente dal governatore inviato da Genova, assistito dal cd. Consiglio dei 12 Nobili (tutti Corsi).
Il ricorso di giustizia poteva essere indirizzato o a Genova o ad un Sindacato formato da otto membri, che avevano la residenza in Corsica.
Peraltro, a partire dal 1612, fu proibito formalmente ai Corsi di far parte di questo sindacato ed altre misure (come l’installazione dei coloni greci e l’imposizione delle tasse) contribuirono al malcontento della popolazione. L’emigrazione divenne fenomeno comune: i giovani corsi lasciavano l’isola per mettersi al servizio dei principi italiani, spagnoli e francesi. Il Papa stesso era difeso da una guarnigione corsa (la "Guardia Papale Corsa"), che restò al suo servizio per un lungo periodo (anticipando la più famosa "Guardia Svizzera") e fu sciolta soltanto nel 1662, per ordine del Re di Francia Luigi XIV.
Nel 1729 scoppiò la grande Rivoluzione Corsa, che originò dal rifiuto del pagamento dei tributi. Genova fu costretta a negoziare.
Nel 1731 un vero e proprio governo si insediò in Corti con il nome di "Consulta di Corti" e sotto la direzione dei capi militari. Un consiglio di 18 teologi proclamò la causa rivoluzionaria come "una guerra santa". Il canonico Orticoni e Luigi Giafferi, rappresentanti dei rivoltosi, si recarono presso la Santa Sede, il Governo di Pisa e la Corte di Spagna per domandare sostegno, ma ottennero poche armi e munizioni.
Le poche forze in campo fecero sì, ancora una volta, che la bilancia pendesse a favore dei Genovesi. Nel 1734 un'assemblea generale designò Iacintu Paoli quale nuovo capo del insurrezione. I Corsi decisero di organizzarsi come Stato indipendente e diedero una "Costituzione" democratica al loro paese. Si trattava della prima esperienza mondiale, anticipatrice di quelle americane e francesi.
(Work in progress a cura della Dott.ssa Valentina Stoica)